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domenica 17 luglio 2022

Vittorio Emanuele III - 20 Lire "Littore"


Il Littore ed il Fascio Littorio

Questa moneta fu coniata in sostituzione dei biglietti di Stato a corso forzoso. Il Lanfranco, che allora era il direttore della zecca, scrive testualmente “La prima emissione di questa moneta è stata effettuata in occasione della celebrazione del VI annuale della Marcia su Roma, e porta, col millesimo 1927, le indicazioni dell’anno VI dell’Era Fascista. Prima però era stato coniato per esperimento un centinaio di pezzi coi coni definitivi, però coll’anno V e questi debbonsi considerare come campioni”. Pertanto, i pezzi datati 1927/V non risultano essere stati emessi per la circolazione, come non risultano neppure essere stati emessi per i numismatici. Considerata da molti una delle monete più rare del Regno. Moltissimi gli esemplari Anno VI 'truccati' per essere proposti come Anno V. Santamaria e Manfredini su tutti ne scrissero, in particolare il secondo notò il particolare delle firme 'ondulate' e 'tremolate'. Santamaria scrisse che per l'Anno V fu allestito un solo conio per i pochi esemplari battuti, riuscì ad esaminare una decina di esemplari ed in tutti era presente la 'tremolatura' delle due firme, mentre nelle monete Anno VI le firme sono nette e nitide.

Sono detti 'littori' perché portano fasci di verghe legate.
Su ordine dei magistrati infliggono percosse ai delinquenti

Il Fascio littorio

Qui ci interessa capire la provenienza del simbolo così come testimoniato da molte monete di Vittorio Emanuele III.
Il fascio littorio è uno dei primi simboli di Roma, insieme alla Lupa e all’Aquila, probabilmente ereditato dagli Etruschi. Rappresenta il potere, l’autorità dello Stato, simbolo della Roma repubblicana e del Diritto Romano. I funzionari principali della Repubblica Romana erano i magistrati ed i littori. Ai primi era assegnato l’imperium ossia il potere di giustizia e di comminare le pene. Ai littori toccava invece il compito di difendere il magistrato e di erogare le punizioni ordinate dal magistrato. Il littore, quindi, girava con un fascio di 30 verghe legato con lacci di cuoio in cui era infilata un ascia. Le verghe servivano per le fustigazioni dei rei e l’ascia per il casi più gravi in cui si doveva mozzare un arto o la testa per la pena di morte. Quindi il fascio littorio rappresenta da quel momento il potere e la giustizia; il fascio e l’ascia diventano simbolo della disciplina e del rispetto della legge (v. nella foto, in ordine: Pretore, Littore, Edile, Console).

Ed è proprio in rappresentazione di questi valori che il fascio littorio lo ritroviamo in moltissime monete di tutte le epoche e paesi. E’ presente in moltissime monete battute dalle Repubbliche nate in Italia a seguito della Rivoluzione Francese.

Rivoluzione Francese

1792 - 6 Denari

Repubblica Napoletana
In questa moneta della Repubblica Napoletana c’è l’immagine del Fascio Littorio e scure, attraversato da un’asta con in cima il cappello frigio simbolo di libertà. Nella legenda la scritta Repubblica Napolitana.

1799 - 6 Tornesi
Repubblica Napoletana


Repubblica Romana
E ancora un fascio littorio nel 3 baiocchi della Repubblica Romana del 1849 con l’immagine dell’Aquila che lo stringe tra gli artigli.

1849 - 3 Baiocchi
Repubblica Romana


Regno d’Italia
Nel periodo fascista, il regime che voleva richiamarsi agli splendori di Roma, lo ritroviamo un po’ ovunque sulle monete di Vittorio Emanuele III, ed in particolare è presente in tutte le monete battute a partire dal 1936, chiamate “Impero” per segnare la conquista d’Etiopia e il nuovo titolo assunto dal Re. Ovviamente per noi italiani che abbiamo subito le durezze e le barbarie del regime fascista, questo simbolo assume una valenza diversa che per altri; ed infatti è scomparso da tutta la monetazione della Repubblica.




Altri Stati
Diversamente è continuato e continua ad apparire su monete di altri stati. Così ad esempio nelle monetine degli Stati Uniti d’America (vedi “One Dime - Mercury”).


Simbolo del fascismo per noi italiani, il fascio littorio lo ritroviamo anche nelle monete di Cuba insieme al “Che”. Nel rovescio in questi Tre Pesos Cubani con l’effige di Ernesto Che Guevara sul diritto è visibile dietro lo scudo sormontato da cappello frigio e stella.


Personalmente, come simbolo lo trovo abbastanza inquietante; non mi piace l’idea di una giustizia ed un potere esercitati con la violenza della verga e dell’ascia, viatico poi d’ingiustizia e soprusi, di oligarchie e dittature. Ma il simbolo è antico, viene da tempi lontani, ha una sua storia, un suo percorso. Piaccia o non piaccia, la storia non si cancella. (Articolo tratto dal sito: http://grammidistoria.wordpress.com /2010/05/27/simboli-antichi-e-polemiche-recenti-4gr/Posted on 05/27/2010by grammidistoria).

Scheda tecnica della moneta 20 Lire "Littore" - Vittorio Emanuele III:

 

Dritto
Testa del Re a destra, intorno VITTORIO • EMANUELE • III • RE •

Verso
Figura di un vigoroso nudo di giovane littore che, in piedi davanti alla gran Madre Italia assisa, saluta romana-mente col braccio sinistro, mentre con la mano destra impugna il fascio littorio. L'Italia impugna nella mano destra una fiaccola e poggia il braccio sinistro sullo scudo sabaudo della croce. Nel campo, ai lati della figura, A.VI / 1927 // R. Nell'esergo, L. 20 e, più a destra, G • ROMAGNOLI // A • MOTTI INC •.

Coniata dal 1929 fino al 1934 per collezionisti numismatici R3 (tiratura 50 Pz.)

1a Classe (nessun difetto di conio)            Regio Decreto n. 1148 del 23 Giugno 1927 e n. 1916 dell’8 Settembre 1927

Contorno: rigato

Assi: alla francese

Nominale: 20 Lire

Materiale: Argento (Ag) 835/1000

Diametro: 35,5 mm

Peso: 15 gr.

Modelli: Giuseppe Romagnoli

Incisore: Attilio Silvio Motti

 

Anno

Cod.

Zecca

Sigla

Rarità

Tiratura

Conservazione

1927 VI

G135 036

Roma

G ROMAGNOLI A MOTTI INC

C

3.518.102

 

1928 VI

G135 037

Roma

G ROMAGNOLI A MOTTI INC

NC

2.486.898



martedì 17 luglio 2018

Ordine Supremo della Santissima Annunziata


Simboli, Segni ed Allegorie
nelle Monete Italiane
Il Collare dell’Annunziata

Ordine supremo della Santissima Annunziata
Vittorio Emanuele II - 5 Lire 1872

L'Ordine Supremo della Santissima Annunziata è la massima onorificenza di Casa Savoia.
Precedentemente è stata la massima onorificenza dei Conti e dei Duchi di Savoia, del Regno di Sardegna e del Regno d'Italia. 
Trattandosi di un ordine di origine familiare antecedente l'unità nazionale, esso continua ad essere conferito in maniera privata da parte di Casa Savoia.
Nel XVI secolo era uno dei quattro Ordini illustri "di collana" esistenti insieme a quelli della Giarrettiera, del Toson d'Oro e di San Michele.
La Repubblica Italiana non lo riconosce.

Istituzione dell'Ordine
Carlo Felice - 5 Lire 1827
Nel corso del XIV secolo si ha notizia di diverse giostre a tema svolte in Savoia a partire dal 1334: ad esempio nel 1345 i festeggiamenti furono detti «della Tavola Rotonda» (in festo stabule rotonde) e allo stesso modo i partecipanti alla giostra si indicarono come membri della Tavola Rotonda. In modo simile nel 1350 fu creata una compagnia di cavalieri detta compagnia del Cigno Nero.
Nel 1364 Amedeo VI di Savoia, in occasione di una giostra a ricordo della vittoria su Federico II di Saluzzo, istituì l'Ordine del Collare e fece realizzare per sé e per altri 14 cavaliere un collare, descritto dalle cronache del tempo come simile a quello dei levrieri.
L'ordine del collare, il cui scopo era di "indurre unione e fraternità tra i potenti sicché si evitassero le guerre private", era riservato ai nobili più illustri e fedeli e la regola statutaria prevedeva che tutti gli insigniti fossero considerati pari e si chiamassero tra loro "fratelli". Le insegne originarie erano costituite da un collare d'argento dorato con il motto FERT, chiuso da un anello con tre nodi sabaudi. I Milites Collaris Sabaudiae, così come erano chiamati gli insigniti, erano in origine limitati a quattordici, sotto la guida di Amedeo VI, primo gran maestro dell'ordine, per un totale complessivo di quindici membri ad onore delle quindici allegrezze di Maria Vergine.


I primi cavalieri di quest'ordine, nominati da Amedeo VI dal 1362 al 1383.

Amedeo VIII di Savoia diede la prima regolamentazione ufficiale dell'ordine e della sua decorazione, stabilendo che, nel collare, fossero alternati i nodi sabaudi con la scritta FERT e quindici rose, a ricordo della Rosa d'Oro inviata da Urbano V al conte Amedeo VI nel 1364 quando gli conferì le insegne di cavaliere crociato. Carlo III di Savoia nel 1518 diede nuovi statuti all'ordine, cui diede il nome di Ordine della Santissima Annunziata.
Nel collare furono inserite le rose (simboli mariani) e nel pendaglio l'immagine dell'Annunziata. Il numero di cavalieri, inoltre, fu aumentato a venti.
I primi statuti dell'ordine, quelli dati da Amedeo VI, sono andati perduti. Quelli tramandati fino ad oggi sono gli statuti modificati da Amedeo VIII di Savoia nel 1409, con aggiunte nel 1434 In seguito, Emanuele Filiberto Testa di Ferro aggiunse che l'ammissione all'ordine era subordinata alla dimostrazione di quattro quarti della propria nobiltà da almeno cinque generazioni. Vittorio Amedeo II secolarizzò l'ordine. Nel 1869 Vittorio Emanuele II stabilì che l'investitura all'ordine potesse avvenire anche senza origini nobili, purché per altissimi meriti resi allo stato o alla corona.
Al momento dell'investitura il nuovo cavaliere riceve due collari se è italiano (i cosiddetti "gran collare" e "piccolo collare"), oppure un collare solo se si tratta di cittadino straniero (solo il "piccolo collare").

 
Francobolli del Governo Provvisorio di Modena - 15 ottobre 1859 
I grandi collari sono sempre gli stessi, e gli insigniti, al momento dell'investitura, devono promettere di testamentarne per gli eredi la restituzione a Casa Savoia. Da qui si comprende, dunque, che ogni singolo gran collare abbia una propria storia ed un proprio elenco di possessori, elenco che viene annotato in un cartiglio sul coperchio della scatola del collare.

Carlo Alberto - 5 Lire 1844

Al momento dell'investitura il nuovo insignito si sceglie il gran collare fra quelli disponibili. Il piccolo collare, invece, non doveva essere restituito e restava come dono alla famiglia del cavaliere.
Gli insigniti sono esentati dal pagamento di tasse e imposte, sono "cugini del re" (al quale possono dare del "tu"), hanno il titolo di "eccellenza", la precedenza protocollare davanti a tutte le cariche dello stato, il diritto agli onori militari e diventano ipso facto gran croci dell'Ordine della Corona d'Italia e dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro.

Umberto I - 20 Lire 1882

Contrariamente agli altri ordini sabaudi (Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, Ordine della Corona d'Italia ed Ordine Civile di Savoia), le cui candidature vengono proposte e vagliate da commissioni, per il Collare dell'Annunziata il conferimento è a totale discrezione del Capo della Casa. 
Le attuali insegne dell'Ordine Supremo della Santissima Annunziata sono costituite da una grande collana (denominata "gran collare") in oro, formata da quattordici maglie alte 3 centimetri, dentro ognuna delle quali ci sono le ultime due e le prime due lettere del moto FERT serrate da un nodo sabaudo, chiuso e smaltato di bianco e di rosso. 
Le maglie sono fra loro separate da quattordici rose d'oro, alternativamente smaltate sette di bianco e sette di rosso. 

Dal collare, al centro, scende un pendente in oro pieno, del diametro di 4,2 centimetri e sospeso da tre catenelle, racchiuso da tre nodi sabaudi e con, nel mezzo, l'immagine della Santissima Annunziata ornata con smalti bianchi, rossi e blu. 
Il gran collare può essere indossato solo dai cavalieri italiani e solo in alcune determinate occasioni dell'anno (ad esempio, il giorno della Festa dello Statuto Albertino o il giorno di Natale).
Il "piccolo collare", invece, è una versione più piccola del gran collare, può essere indossato sia dai cavalieri italiani che da quelli stranieri e si può utilizzare in tutti i giorni dell'anno.
La placca dell'ordine è circolare, con raggi d'oro sul bordo, recante al centro l'immagine della santissima Annunziata. Il nastro dell'ordine è rosso.

Nella storia sono stati 100 i reali insigniti del titolo, 10 i cardinali, tra cui anche Pacelli, poi divenuto papa Pio XII, 22 i presidenti del Consiglio, da Cavour a Rattazzi, da Crispi a Giolitti, a Bonomi, dieci i presidenti di Camera e Senato. All'atto della nomina, il cavaliere, compreso tra i venti, può scegliere tra le collane disponibili quella preferita. Anche Benito Mussolini ne fu insignito. Il marchese Lucifero, che ottenne il titolo da Umberto II, 27° gran maestro dell'Ordine, il 15 settembre del 1969, opto' per il collare che era stato prima di Antonio Starabba di Rudinì e poi di Vittorio Emanuele Orlando.


Significato simbolico
Il collare, simbolicamente, ha il duplice significato di vincolo di fedeltà e di dominio. In questo simbolo è evidente come Amedeo VI di Savoia volesse tenere uniti i suoi migliori cavalieri attraverso un patto di fratellanza, ma nello stesso tempo all’esclusivo suo servizio.
I nodi sabaudi, in origine, erano anche denominati "nodi del Signore", "lacci di Salomone" o "nodi d'amore". A proposito di quest'ultima definizione, Luigi Cibrario accampa l’ipotesi che il simbolo adottato da Amedeo VI derivasse da un dono ricevuto da una misteriosa dama, consistente in un bracciale formato da una ciocca di capelli intrecciata. Questa teoria è anche rafforzata dal colore verde dell'abito del conte, che nel medioevo era considerato il colore di Venere.


Link di Monarchici in Rete

Ancora più controverso è il significato dell'acronimo "FERT", aggiunto sul collare nel 1409 da Amedeo VIII. Tra tutte le ipotesi la più probabile è che sottintenda la frase "Foedere et religione tenemur", alludendo al patto cavalleresco ed al profondo legame religioso dell'ordine.
È possibile, però, che l'acronimo derivi dal verbo ferre, cioè portare o sopportare, riferito alla devozione verso la Vergine Maria o alle pene da "sopportare" per la devozione mariana.
Suggestiva è anche l'ipotesi che FERT non sia altro che la contrazione di ferté, dall'arcaico forteresse o fermeté.
La forte connotazione mariana dell'ordine divenne palese nel 1518 per opera di Carlo III, detto il Buono, che arricchì il collare del pendaglio raffigurante l'Annunciazione e mutò il nome da "Ordine del Collare" a "Ordine Supremo della Santissima Annunziata".


Per approfondire

Mediante autorizzazione del Ministero dell'Interno del Regno d'Italia, in data 20 dicembre 1891, il Comune di Venaria Reale, presso Torino, venne autorizzato a fregiare il proprio stemma civico con il gran collare dell'Ordine Supremo della santissima Annunziata.

Nell'ultimo colloquio tra Mussolini e Vittorio Emanuele III, a villa Ada il 25 luglio 1943, il re addusse come argomento per licenziare il duce anche il fatto che la notte prima avessero votato l'ordine del giorno Grandi ben quattro collari dell'Annunziata (tratto da Wikipedia).


sabato 9 giugno 2018

Vittorio Emanuele III - 5 Lire "Aquilino"


Simboli, Segni ed Allegorie

L’Aquila tra mitologia ed esoterismo 
Parleremo della maestosa Aquila (Aquila reale, Aquila chrysaetos - Aquila marina testa bianca, Haliaeetus leucocephalus). 

L'Aquila e il suo simbolismo

La maestosità dell'Aquila ha fatto sì che quest’uccello sia stato adottato come simbolo fin dall'antichità dalle più svariate culture. Due esempi su tutti: l’aquila reale con le ali spiegate fu utilizzata come simbolo dell’Impero Romano e l’aquila calva (o testa bianca) è il simbolo degli Stati Uniti d’America. 

>>> Nel terzo millennio a.C., presso i babilonesi, l’aquila bicipite era associata a Ningirsu di Lagash, il dio delle tempeste della guerra e della fertilità. 

>>> Presso gli antichi egizi l’aquila rappresentava la materializzazione del dio Mendes, rappresentante del dio sole. In generale, nella mitologia egizia, l’anima veniva spesso rappresentata sotto le sembianze di un uccello simile a un’aquila o a un falco, come uccello-anima (Ba).

Tale uccello aveva il compito di
accompagnare i defunti nell'aldilà. 

Non a caso, all'interno dei sarcofagi di alcune mummie, e in particolare posti tra i bendaggi, sono stati ritrovati gioielli preziosi rappresentanti gli uccelli-anima. Tali amuleti avevano la funzione di far sì che l’anima si ricongiungesse con il suo corpo mummificato. Il Ba, intesa come anima, assumerà la forma di un uccello e spiccherà il volo al momento della morte.

L'entità egiziana BA nella sua forma d'aquila

>>> Nella mitologia greca l’aquila era sacra a Zeus (e successivamente a Giove per i romani) che, spesso, ne assumeva la forma per mostrarsi agli uomini. 
Baiocco - Seconda Rep. Romana 1849 

L'aquila è presente nel mito greco di Prometeo, il titano che, con atto d’intollerabile ribellione, aveva rubato agli dei il fuoco della conoscenza per donarlo agli uomini. 

La vendetta di Zeus però non si era fatta attendere, infatti, Prometeo fu incatenato a una rupe del Caucaso, dove ogni notte un'aquila, messaggera di Zeus, andava a mangiargli il fegato che per i greci rappresentava, assieme al cuore, la dimora dei principi vitali. Il fegato di Prometeo però di giorno ricresceva, preparandolo a nuovi supplizi notturni. Aristotele, Platone e Plinio scrissero che le aquile che fossero riuscite a superare l’infanzia avrebbero vissuto per lungo tempo. 


>>> Nella mitologia nordica, in particolare quella vichinga, l’aquila ha un ruolo fondamentale e molteplice.

Da evidenziare sicuramente la figura del gigante Thiazzi che assume la forma di un’enorme aquila per mostrarsi al dio Loki e per costringerlo, con la forza, a farsi consegnare la dea Idhuun che possedeva le mele della vita eterna.

>>> L’importanza dell’aquila nella vita dei vichinghi è ben comprensibile anche da alcune pratiche che essi utilizzavano per vendicarsi dei traditori e dei nemici. Prima su tutte la pratica detta “aquila di sangue”, utilizzata come sacrificio al sommo dio Odino, un metodo di tortura che consisteva nell'aprire il dorso della vittima e rompere le costole per farle assomigliare ad ali insanguinate: in seguito dalla ferita venivano estratti i polmoni e sulle ferite veniva posto del sale sulla ferita. 

Antiche credenze egizie affermavano che ogni dieci anni un’aquila sorgesse dalle fiamme dell’inferno per immergersi nell'acqua e acquisire così nuova vita.


L’aquila come divinità era utilizzata ampiamente sia dai Greci che dai Romani. 


Pare che un’aquila sia apparsa alla nascita di Alessandro Magno e, secondo una diffusa tradizione, nel 331 a.C., un veggente che cavalcava accanto ad Alessandro gli predisse che sarebbe stato vittorioso su Dario poiché aveva visto un’aquila: un presagio di sicura gloria. 


L’aquila è stata comunemente associata a grandi personalità della storia e a grandi condottieri: pare che Re Artù abbia vissuto in una caverna sorvegliata da aquile e che prima delle battaglie di Napoleone un’aquila volasse nei cieli. 


Fu lo stesso Napoleone a sostituire il tradizionale simbolo della Francia rappresentato dal gallo, con quello di un’aquila.


L'Aquila nelle sacre scritture

Numerose anche le citazione bibliche dell’aquila; tra queste vogliamo ricordare Esodo 19:4 e Deuteronomio 32:11, 12): pari all'aquila che desta la sua nidiata, si libra a volo sopra i suoi piccini, spiega le sue ali, li prende e li porta sulle penne.

L’aquila quindi come rappresentazione di Dio stesso: Egli nominò l’aquila parlando con Giobbe per insegnargli l’umiltà (Giobbe 39:27): e forse al tuo comando che l’aquila si leva in alto?. 

Ezechiele sostenne di aver visto il carro della somma gloria divina condotto da quattro esseri misteriosi ognuno dei quali aveva quattro volti: d’uomo, d’aquila, di leone e di toro. Una metafora che alludeva agli evangelisti. 

Lo stesso concetto, seppur semplificato, è ripreso anche da Giovanni nell'Apocalisse (Apocalisse 4,6-7), il quale sostiene che i quattro esseri viventi che conduce il trono divino hanno l’aspetto di un uomo, di un leone, di un toro e di un’aquila. Ognuno di questi esseri è considerato il più forte della propria specie. 

L’importanza di quest’animale si evince anche dal fatto che l’aquila (l’occhio che fissa il sole) rappresenti uno dei quattro Apostoli, ossia Giovanni. Non a caso il suo Vangelo (Giovanni 1,1) inizia con l’estasi-ammirazione nei confronti di Dio: “In principio era il Verbo”. 


Per i cristiani, infatti, l’aquila simboleggia la resurrezione perché è l’unico uccello che possa guardare fisso il sole. 


>>> Anche Dante Alighieri nella Divina Commedia, nomina spesso l’aquila: in particolare nel verso 48 del Primo canto del Paradiso, egli scrive: 
Aquila sì non gli s'affisse unquanco. Il sommo poeta utilizza l’allegoria dell’aquila riferendosi alla sua guida nel Paradiso, Beatrice, capace di contemplare il sole con profondità e immobilità. 
Un’altra tradizione sostiene che Adamo ed Eva non perirono, ma furono trasformati in aquile per poter vivere in eterno su un’isola al largo della costa irlandese. 

L'Aquila come Totem nelle culture indiane d'America 

Presso le tribù native americane l’aquila era un importante animale totemico, infatti, le sue penne, erano utilizzate come indumenti, copricapo e altri oggetti cerimoniali. Solo i più meritevoli, fieri e coraggiosi delle tribù potevano adornare il capo con le penne di quest’uccello. 

A tal proposito è necessario comprender cosa sia un totem: la parola totem deriva dagli indiani Algonchini e, tradotto, assume il significato di spirito protettore. 

Gli spiriti totem, dal punto di vista mistica, rappresentano il destino comune che unisce gli animali agli uomini. L’animale totem assume le sembianze di antenato e alter ego animale (che ognuno di noi ha) e, in quanto tale, deve essere protetto e non può essere mangiato. Gli spiriti totem proteggono l’uomo che si affida a loro, che li onora e venera. Non a caso nel palo totem, avente funzione protettiva per le popolazioni indiane, l’animale seduto nella parte sommitale del palo era proprio un’aquila. 

Sempre secondo i popoli della prateria e dell’America del Nord gli animali forti come l’aquila vivono nell’aldilà e la loro presenza, percepibile nella nostra quotidianità, influisce favorevolmente sulla nostra vita. 

Secondo la tradizione Cherokee, compito arduo era considerato andare a cercare le penne dell’aquila necessarie per la sacra danza dell’aquila. Il cacciatore doveva recarsi da solo sulle montagne per quattro giorni, senza mangiare e pregando. Per attirare l’aquila si poteva utilizzare una carcassa di cervo e, tramite canti magici, una volta uccisa, l’aquila veniva lasciata sul luogo della morte in modo da poter celebrare successivamente sacri riti. 

Presso i nativi dell’America del Nord (per esempio Navajo) era credenza diffusa che l’aquila del Sud-Ovest fosse un messaggero inviato dagli dèi. Gli Hopi a febbraio prendevano alcune piccole aquile dai loro nidi per portarle nei villaggi e allevarle con cura, viziarle e regalandole anche piccoli doni. In estate poi, durante il periodo delle cerimonie, erano condotte nelle grotte rituali e lì sacrificate assieme ai giocattoli regalati. Scopo di questo sacrificio era di far raccontare alle aquile degli uomini agli dèi e chiederne aiuto e grazia. 

Similmente alle popolazioni indiane delle regioni meridionali, quelle del Nord-Ovest pensano che l’aquila sia l’uccello che si trova a diretto contatto con il Grande Spirito e che possa volare fino alle sfere celesti: questo perché il coraggio spirituale di quest’animale è molto forte e rasenta il divino. 

I guerrieri che indossavano piume di aquila s’identificavano con la potenza del dio aquila che infondeva in loro forza e coraggio, e le cuffie di piume simboleggiavano l’uccello e il tuono mentre, le singole piume, erano la trasposizione dei raggi di sole. 

Nella tradizione indiana si ritrova una similitudine con quanto già detto circa il concetto espresso da Giovanni Apostolo, in altre parole che l’aquila è in grado di guardare direttamente il sole: essa è in grado di avvicinarci al Grande Spirito e, quindi, a farci unire alla nostra anima. 

Aquila come talismano, amuleto, in massoneria e nei sogni 

Secondo la tradizione indiana, l’aquila come talismano aiuta ad avere visioni ed essere illuminato, a sviluppare le capacità tipiche di quest’uccello come la capacità di difendere, la costanza, la forza, l’agilità, la velocità, la capacità visiva di osservazione e la percettività, di raggiungere un livello di comprensione elevato, di farci sentire uniti al Grande Spirito, di affidare i nostri problemi agli spiriti celesti per trovare soluzioni. Come amuleto ha lo scopo di proteggere dalla paura, dalle crisi di fede e, dal punto di vista materiale, di proteggerci dai fulmini

Nella tradizione e nella superstizione europea centro-meridionale si dice che per allontanare gli spiriti maligni da una stalla, è sufficiente inchiodare un’aquila alla porta e che se un uomo mangia il suo cervello quando è ancora caldo, egli sarà in grado di avere visioni straordinarie. 

E ancora, se un uovo di aquila viene mangiato da due persone, certamente i demoni si allontaneranno senza fare più ritorno. 
Un’altra tradizione gallese asserisce che non si deve mai rubare un uovo da un nido d’aquila, altrimenti non si troverà mai pace fino alla morte. 

L’aquila bicipite infine, utilizzata da tempi remoti dalle più svariate popolazioni e rappresentante il principio della dualità, rappresenta uno dei simboli più importanti della massoneria e di varie società segrete. 
Nella massoneria scozzese essa rappresenta il trentaduesimo e il trentatreesimo grado del rito scozzese: entrambi numeri dal profondo significato cabalistico dal punto di vista massonico (trentadue, per esempio, sono i sentieri dell’Albero della vita). Solitamente, nel rito scozzese, l’aquila bicipite è rappresentata con il numero trentadue inserito all’interno di un triangolo e che tiene negli artigli un cartiglio con la scritta latina “Spes mea in Deo” est, ossia “la mia speranza è in Dio”: un Dio differente dalla concezione biblica. 
Ultima curiosità degna di nota è che sulle banconote da un dollaro americano sia raffigurata un’aquila ad ali spiegate che ha esattamente trentadue piume. 

Le caratteristiche di forza e coraggio dell’aquila si ritrovano anche nell'interpretazione dei sogni. Sognare un’aquila in volo indica ambizione ed è di buon auspicio, sognarla ferita indica invece una grossa perdita di denaro e vederla morta presagisce rovina. (Articolo scritto da Ottavio Bosco - Simbolo animale: significato dell'Aquila tra mitologia ed esoterismo).

Scheda tecnica della moneta denominata "Aquilino"

   
VITTORIO EMANUELE III
5 Lire – Aquilino
Dritto
Verso
Testa del Re volta a sinistra intorno VITTORIO EMANUELE  II  RE  D'ITALIA  Sotto i nomi dell'incisore Attilio Silvio Motti (A MOTTI INC.) e dell'autore Giuseppe Romagnoli (G ROMAGNOLI) sovrastati da .
Aquila ad ali leggermente spiegate che ghermisce un fascio orizzontale. In esergo indicazione del valore (L  5) a sinistra dell'aquila su due righe millesimo e segno di zecca (R).
Moneta da 5 lire detta anche aquilino o aquilotto. Dal 1931 al 1935 coniata esclusivamente per i collezionisti. “Ci sposammo in febbraio e il matrimonio mi costò un aquilotto e dovetti insistere perché il prete accettasse la mia spontanea offerta. Un'offerta modesta ma giusta perché il matrimonio - pur essendo risultato uno dei più solidi del secolo - non valeva effettivamente più di cinque lire”. Giovannino Guareschi, Un matrimonio da un "aquilotto", Vita in famiglia, 1968
2a Classe (debolezze sul contorno)                                                             Regio Decreto n. 1651 del 30 Settembre 1926
Contorno: In incuso il motto FERT contornato tra rosette e nodi Savoia.
Assi: alla francese
Nominale: 5 Lire
Materiale: Argento (Ag) 835/1000
Diametro: 23 mm
Peso: 5 gr.
Modelli: Giuseppe Romagnoli
Incisore: Attilio Silvio Motti
Anni di coniazione: dal 1926 al 1930
Pezzi totali coniati: 152.611.000
Tutti gli anni sono comuni tranne il 1926 ed il 1928 che sono rari (R)